Pubblicato da: Alinik | marzo 3, 2009

CAPITOLO 2 – LE MANI STANCHE

 Era tutto il giorno, tutta la settimana, tutto il mese, che sedeva su quello sgabello. Un pò lo facevo per abitudine, un pò per necessità. Guadagnare quattro soldi per poter tirare avanti. Gli bastava solo suonare. Eppure non aveva mai suonato per denaro, anche perchè a volte non si rendeva neanche conto di dove si trovasse. Gli bastava avere quello sgabello, quei tasti bianchi e neri, e quella piccola finestra alla sua destra. Aveva l’abitudine di viaggiare con quelle mani, di farle parlare, cantare, piangere, mentre abbracciava quel pallido avorio, ormai diventato giallo come le pareti. Ogni volta si chiedeva se quel colore fosse dato dal troppo fumo dei sigari o dal troppo odore di caffè. Sperava sempre che un giorno quella musica che gli usciva dalle mani, dalle braccia, da dentro, colpisse qualcuno dritto nel petto, al cuore. Non pensava che i soliti clienti ne capissero molto di musica, suonava la sua musica e basta, quando viaggiava non pensava ad altro, si isolava dalle grasse risate del signore con il sigaro, dal cigolio della porta d’ingresso, dai passi dei clienti che conosceva a memoria. Quella sera, ormai arrossita dal tramonto, stava viaggiando verso un posto lontano, dove le dune della sabbia erano alte come le case, dove la luna sembrava enorme in quel cielo infinito e più nero delle alterazioni che premeva con leggerezza. Una piccola sonata, giusta, comoda, elegante per quella luna enorme. Il cigolio dell’ingresso accompagnò un altro trillo, e ad un tratto il suo orecchio sentì qualcosa di diverso. Passi leggeri, simili alla pioggia che vedeva scendere d’estate dalla finestra, che scivolavano sul pavimento. Rallentò il suo viaggio, fino a quasi fermarsi. Quando torno dentro il Chateaux de la nuit, le sue mani si erano fermate del tutto, il vocio della gente sempre costante, un cuore che batteva sempre più forte al suo petto. Si accorse per la prima volta, di avere le mani stanche.

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Pubblicato da: marieestellefielding | marzo 3, 2009

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Sedeva dietro alla scrivania. Alzò lo sguardo, oltre la finestra; le alte creste dei palazzi parigini gettavano un’ombra scura sul marciapiede desolato. Il sole stava tramontando e la città con esso. Ella si alzò dalla scomoda sedia legnosa per respirare l’erba fresca che si bagnava grazie all’umidità. Chiuse il leggero libricino verde su cui stava curva e lo ripose in uno dei cassetti. Indossò il cappotto e qualche breve attimo dopo passeggiava lentamente nel lungo viale alberato pieno di grigio, come le impalcature circostanti. Non c’era molta gente in giro, sebbene l’ora non fosse tarda. Era autunno. Una leggera brezza scompigliava i capelli corvini della giovane donna, lasciati crescere troppo lunghi per il suo viso. Forse avrebbe piovuto. Il tempo oramai era imprevedibile, soprattutto da qualche giorno. Poteva piovere a dirotto ed un minuto dopo poteva splendere un sole accecante. Parigi era così, si continuava a ripetere la fanciulla. Imprevedibile, non per altro la città dell’amore. Anche se lei non ne era del tutto convinta. Era arrivata da poco in città, quindi non aveva visto molto, ma quel poco che aveva notato non poteva essere di certo definito “amore”. Ma chi lo sa. Forse avrebbe cambiato idea, del resto era per scoprire quell’inflazionato sentimento che era giunta fin lì…

Si era immersa troppo nei suoi pensieri…e aveva continuato a camminare per le minuscole viuzze di Montmartre. Ci entri dentro e non sai più come uscirne. Oramai si era intrufolata troppo.. tanto valeva continuare la sua ricerca. Si arrese al misterioso fascino parigino e decise di infilarsi dentro una delle tante trattorie invitanti della zona. Erano molte, ognuna prometteva uno sconto maggiore dell’altro ed un menù più originale o meglio cucinato rispetto alla taverna di fronte. Decise di affidare la scelta all’olfatto. Chiuse gli occhi e affondò il nasino nell’aria. Inutile. Mille odori le solleticavano le narici…curry e riso, pesce e scalogno.. no…non era una buona decisione annusare e decidere. Bene. Occhi e naso non avevano avuto fortuna. Proviamo con l’udito, pensò. Iniziò a camminare molto lentamente cercando di percepire ogni singolo battito di animale o oggetto. Dopo pochi attimi i calpestii del terreno erano diventati una flebile melodia per le sue orecchie stanche. Inoltre la brezza autunnale le solleticava la pelle scoperta dai vestiti, producendo un suono molto gradevole. Se si fosse dovuta affidare al suo udito…sarebbe rimasta a passeggiare ascoltando il suono dell’eterno. Le tue labbra erano un timbro, che mi stampavano il tuo scorrere negli occhi.
La sua vena creativa cominciò a lavorare.. era il momento perfetto. Il chiacchiericcio dei clienti era quasi sparito in confronto al lieve vento che le accarezzava i capelli. Le sfiorava la pelle fino ad entrarle nelle orecchie sotto forma di note. Suonate da un antico pianoforte. A coda. L’idea la fece sorridere. Sarebbe stato bello stare seduta ad ascoltare della buona musica su una comoda sedia in velluto…una sonata per piano, sì, va più che bene. Anche se in realtà non era di quello strumento che si era innamorata. Questa fugace distrazione la distolse dalla sua ricerca. Era delusa. Stava raggiungendo la perfetta armonia con l’esterno. Riprese a camminare decisa ed entrare nel primo posto nel quale si fosse imbattuta. Solo che lei continuava a sentire le dolci note di prima. Forti e piene di emozioni, disegnavano nella mente della ragazza nuovi sentimenti, facendo affiorare vecchi ricordi creduti morti o perduti. Una melodia tanto potente e gracile allo stesso tempo. Doveva essere sua. Doveva fluirle all’interno, Si girò cercando il magico luogo che ospitava tanto talento. Lo trovò. Era un caffè. Il nome non era invitante. Chateaux de la nuit. Poteva decisamente essere scambiato per altro, del resto il quartiere non era dei migliori. Anche se il vecchio giallo delle pareti una volta splendenti e i vecchi vetri appannati suggerivano di più l’idea di un vecchio orfanotrofio abbandonato. Si diresse verso quel luogo. Sperando che il cibo fosse all’altezza della musica che fuoriusciva dalle vecchie crepe del muro cadente.

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